Studio di Psicologia Clinica e Giuridica
23/07/2013, 16:47



Attacco-di-panico:-che-cos’è-e-come-superarlo.-Dott.ssa-Margherita-Ciciarelli


  Tachicardia, sudorazione improvvisa, tremore, formicolio, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, paura di



Un attacco di panico è un evento spontaneo e imprevedibile di crisi acuta di ansia nel quale la manifestazione ha luogo senza una ragione plausibile e in maniera del tutto sproporzionata: il soggetto riferisce l'insorgenza dell'episodio come del tutto immotivata eppure acutissima, con onde di terrore di fronte a una minaccia senza nome che sconvolge il fisico e la mente, scatenando un quadro sintomatologico imponente: sudorazione, tremori o scosse, dispnea, palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, oppressione o dolore al petto, nausea, vertigini, disturbi addominali, sensazione di svenimento, perdita di equilibrio, derealizzazione (sensazione di irrealtà) e depersonalizzazione, paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, brividi o vampate di calore, formicolî o parestesie.
È sufficiente la presenza di quattro di questi sintomi per essere in presenza di un attacco di panico paucisintomatico, che la stragrande maggioranza dei soggetti riferisce come una crisi d'ansia. L'imprevedibilità dell'evento, l'assenza di una causa identificabile e l'imponenza dei sintomi neurovegetativi gettano la persona nel panico che aumenta con l'aumentare di quelli, in un circolo vizioso che raggiunge, in meno di 10 minuti, forme parossistiche che perdurano per 20-30 minuti dall'esordio e talvolta perfino un'ora. Il primo attacco è sempre il peggiore e spesso spinge il soggetto a rivolgersi al pronto soccorso nel timore di un imminente infarto.

Un singolo episodio non è certamente sufficiente per parlare di Disturbo di Panico (DP). Purtroppo però, l'insorgenza del primo attacco genera un'ansia così forte da determinare spesso un secondo evento. Stabilire se una serie di episodi possa giustificare una diagnosi di disturbo di panico è questione complessa e nel determinare il significato diagnostico differenziale di un attacco di panico è di rilevante importanza l'analisi del contesto di manifestazione e delle conseguenze da esso indotte sul comportamento del paziente. Una diagnosi di Disturbo di Panico (DP) richiede alcune condizioni indispensabili per poter essere formulata:
- il ripetersi degli episodi di attacchi di panico in forma inaspettata e disgiunta da situazioni contingenti;
- il permanere dello stato di ansia anticipatoria per oltre un mese, che determina l'alterazione del comportamento in forme di ansia generalizzata, agorafobia o ansia sociale.
Senza la presenza di questi due aspetti, - l'apparente acausalità dell'evento e la 'paura della paura' con tutte le sue implicazioni, - non si può parlare di Disturbo di Panico. L'attacco di panico può notoriamente infatti essere associato a molti altri disturbi, quali ad esempio forme ipocondriache, fobie specifiche, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi post-traumatici da stress, disturbi d'ansia da separazione, fobie sociali. In presenza di cause scatenanti definite (oggetti, situazioni, pensieri specifici che scatenino l'attacco) si deve ritenere di trovarsi probabilmente di fronte a forme di fobia e non a disturbo di panico. Se si rilevasse la presenza di agorafobia la diagnosi sarà di 'disturbo di panico con agorafobia'. Vanno attentamente escluse condizioni fisiologiche determinate da sostanze stupefacenti, farmaci o forme di ipertiroidismo.

L'anamnesi narra spesso di grandi difficoltà di diagnosi dell'attacco di panico; il paziente vaga da un medico all'altro e può trascorrere anche un anno prima che si giunga a formulare una diagnosi esatta. Ciò rappresenta un primo problema importante che fornisce il tempo alle forme episodiche di cronicizzarsi e di aggravarsi sensibilmente. La preoccupante diffusione del disturbo, se da una parte ha giustamente allertato gli specialisti, dall'altra ha però senz'altro contribuito a farlo conoscere; trattandosi di uno stato che si nutre d'ansia, poterlo identificare fin dal suo esordio come 'attacco di panico', è di estrema importanza. Dare visibilità al problema, definirne i contorni, far sì che se ne parli presso il grande pubblico, rappresenta di per sé un intervento efficace per arginare il dilagare del disturbo, per scongiurarne gli effetti peggiori e per spingere chi ne soffre a cercare aiuto nei tempi giusti e nelle forme corrette.

Attacco di panico: le cause

L'eziologia del disturbo è ignota, anche se l'attenzione che la diffusione del fenomeno suscita presso la comunità scientifica ha dato impulso a innumerevoli ricerche e studi che risultano tutt'ora in corso. Alcune statistiche evidenziano come, in un consistente numero di casi, al disturbo di panico corrisponda la presenza di una figura genitoriale iperprotettiva e, di fatto, intrusiva e ipercontrollante nell'infanzia dei soggetti, che abbia esercitato un'azione limitante e invalidante della sicurezza di sé determinando la strutturazione di schemi di controllo delle proprie risposte emotive e degli eventi esterni e realizzando una situazione paradossale di conquista della libertà attraverso il controllo.
E' in esame anche una ipotesi di ereditarietà del disturbo, per quanto risulti pressoché impossibile, allo stato attuale della ricerca, definire se esso derivi da tratti genetici o da meccanismi di ricalco di comportamenti subiti.
Un nuovo filone di studio ha rilevato come l'ansia interessi una ampia gamma di neurocircuiti, mettendo in rilievo l'attività dell'ippocampo e dell'amigdala i quali, a loro volta, attiverebbero l'asse ipotalamico-pituitario-corticosurrenale. Analisi di neuro-imaging hanno rivelato che l'amigdala è certamente coinvolta nella reazione alla paura.
Nei disturbi d'ansia si è evidenziata l'alterazione nel funzionamento di alcuni neurotrasmettitori, in particolare serotonina, norepinefrina, acido gamma aminobutirrico (GABA), colecistokinina e ormone corticotropin-releasing (CRH). Data la stretta interrelazione e l'azione sinergica esercitata da questi neuromediatori è lecito supporre che una alterazione anche di uno solo di essi possa influire su tutti gli altri e destabilizzare l'equilibrio dell'intero sistema.

Conseguenze dell'attacco di panico

Lo stato di ansia anticipatoria scatenato dal primo episodio genera un incremento di tensione sintomo-specifica in cui lo stress emotivo viene associato all'idea stessa dell'attacco d'ansia, il che spesso determina il secondo attacco, che può aver luogo a distanza di giorni o mesi dal primo e che ha però il più alto valore patogenetico nel determinare la genesi del disturbo in quanto conferma la possibilità del ricorrere dell'evento.
Il Disturbo di Panico è la conseguenza più frequente, così come l'agire comportamenti preventivi (portare farmaci, acqua, numeri di telefono con sé) o comportamenti di evitamento in cui vengono, per esempio, scartati i mezzi di trasporto pubblici (autobus, aereo, metropolitana) dove l'insorgere dell'attacco sarebbe incontrollabile o potrebbe produrre grave imbarazzo. Spesso insorge agorafobia, in quanto la persona evita di uscire da sola o si chiude in casa. Gravi conseguenze possono essere l'inevitabile senso di impotenza e la seria minaccia alla sicurezza di sé e al proprio senso di efficacia, nonché la riduzione dell'autonomia che possono condurre ad alterazioni del tono dell'umore e a forme depressive. Sussiste il rischio concreto di abuso di sostanze psicotrope, stupefacenti o alcoliche nel tentativo di tenere sotto controllo l'ansia devastante e la sensazione di impotenza. Spesso i pazienti affetti da disturbo cronico riferiscono storie di anni di terapie fallite, assunzione massiccia di farmaci e condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Il disturbo di panico può arrivare ad essere altamente invalidante da un punto di vista personale, sociale, lavorativo o scolastico, familiare.
Alla fine, in molti casi la disperazione ha come conseguenza la spinta a cercare aiuto: è segno di un ritrovato buon senso e di un nucleo di fiducia in sé risvegliato e attivo.

Il trattamento d'elezione del disturbo di panico: la terapia cognitivo-comportamentale

L'approccio cognitivo-comportamentale è quello che ha dimostrato in assoluto la maggiore affidabilità ed efficacia nel trattamento di questo disturbo. Grazie a questa terapia e alla necessaria perseveranza del paziente si ottengono ottimi risultati nell' 80-90% dei casi.
La terapia presenta due macro-componenti:
- terapia cognitiva, identificazione e studio dell'evoluzione dei pensieri disfunzionali;
- comportamento-terapia, desensibilizzazione dell'ansia attraverso l'esposizione controllata all'evento temuto.
Le principali caratteristiche di una terapia cognitiva possono essere così riassunte:
- orientamento allo scopo - paziente e terapeuta stabiliscono obiettivi condivisi;
- incentrata sulla soluzione del problema - cosa mantiene lo stato disfunzionale, quali sono gli effetti, come eliminarli.
- imperniata sulla collaborazione tra terapeuta e paziente, in cui il terapeuta supporta il paziente in un percorso attivo di ricostruzione cognitiva ed emotiva. Il rapporto si basa su un contratto terapeutico in cui vengono chiaramente indicati gli obiettivi condivisi e i compiti di ciascuno.

Pensieri emozioni e comportamenti sono inscindibilmente interrelati e spesso i comportamenti agiti derivano da pensieri disfunzionali o totalmente irrealistici: esagerazioni, catastrofismi, eccessive generalizzazioni e sottovalutazione del positivo. La terapia parte dall'analisi nel presente degli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali che determinano e sostengono la manifestazione del disturbo fino a metterne in luce i meccanismi impliciti del pensiero automatico (non consapevole), illogico e spesso assurdo a cui segue una ricostruzione cognitiva; una fase successiva di psicoeducazione vede il terapeuta supportare il paziente in un percorso di gestione autonoma dei sintomi e dei meccanismi interiori che li determinano tramite spiegazioni, informazioni, insegnamento di tecniche per la gestione dell'ansia e desensibilizzazione tramite l'esposizione graduale e controllata agli eventi temuti. Il fine è l'autonomia a lungo termine e la prevenzione delle recidive e il percorso può prevedere anche momenti di terapia di gruppo. In presenza di sintomi particolarmente intensi può aiutare l'assunzione di farmaci per brevi periodi al solo scopo di controllare le manifestazioni più dannose.

Un vantaggio ormai riconosciuto a questa terapia è la sua azione diretta sull'aumento dell'autostima del paziente, della sua autonomia e capacità di gestione delle situazioni che non si limita al disturbo contingente ma può riguardare qualsiasi evento della vita in grado di generare ansia e stress. Il risultato della terapia è dunque un individuo più consapevole, più autonomo e più capace di vivere felicemente.

Per maggiori chiarimenti circa l'approccio cognitivo-comportamentale e il disturbo di panico  è opportuno rivolgersi allo studio utilizzando i canali di contatto indicati.
23/07/2013, 16:47



La-psicoterapia-cognitiva:-principio-d’azione.Dott.ssa-Margherita-Ciciarelli


  



La psicoterapia cognitiva è una tipologia di terapia psicologica, basata su una semplice e fondamentale considerazione scientifica: l’esistenza di una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti dell’individuo. La psicoterapia cognitiva è altresì impostata sulla considerazione che i problemi di natura emotiva, siano condizionati dai proprio pensieri, di uno specifico momento, e dalle proprie azioni. A tale considerazione si è giunti attraverso una ricerca scientifica dalla quale è emerso come le reazioni emotive che un soggetto prova dinnanzi ad una situazione, siano determinate da come esso le interpreta in quel particolare momento. Un esempio concreto del concetto appena esposto è dato da una situazione che può comunemente verificarsi nella vita di ciascuna persona. A bordo di un auto, due amici sono in viaggio per raggiungere una località marittima dove trascorrere le vacanze estive. L’auto si trova su una strada a scorrimento veloce, ad un velocità di circa 100 chilometri orari. Ad un certo punto si sente una sorta sibilo provenire dall’avantreno del veicolo. Il primo amico pensa possa trattarsi ad un rumore causato dal vento e quindi propende per il proseguire il viaggio senza problemi e magari, per estrema sicurezza, dare un’occhiata all’auto nel corso della prossima fermata programmata. Il secondo, supponendo ad un principio di un possibile problema di natura meccanico del mezzo di trasporto, fa presente come sarebbe opportuno fermarsi immediatamente alla prossima piazzola di sosta per valutare possibili problemi ed eventualmente contattare l’assistenza. Questo semplice, ma calzante esempio, evidenzia come le reazioni emotive di un soggetto siano determinate dall’interpretazione che lo stesso ha di un determinato evento in un momento specifico. Il concetto appena presentato, è la spiegazione del perché due soggetti, oppure lo stesso soggetto in momenti differenti, prova ed esprime stimoli e sensazioni differenti dinnanzi ad una stessa situazione con reazioni decisamente individuali e magari opposte.
Ma per quale ragione esiste questo comportamento dell’uomo secondo cui gli eventi vengono interpretati? Secondo quanto evidenzia la psicoterapia cognitiva, questa impellenza viene determinata dal fatto che l’essere umano avverte la necessità di dare sempre e comunque una spiegazione razionale a quanto lo circonda al fine di creare un bagaglio mnemonico (esperienza) grazie al quale riuscire a districarsi rispetto ai tanti stimoli che la vita quotidianamente gli pone davanti. Insomma, è come se si cercassero di creare una serie di convincimenti da cui attingere possibili comportamenti da tenere in determinate e specifiche situazioni. A tal proposito, la psicoterapia cognitiva prevede che ci siano tre livelli di cognizioni:
• Convinzioni Profonde.
• Convinzioni Intermedie.
• Pensieri Automatici.
Le convinzioni profonde sono delle vere e proprie configurazioni di convinzioni che vengono maturate nel corso del tempo e per mezzo delle quali si ha uno schema piuttosto rigido rispetto a se stessi, agli altri e alle relazioni di ciascun con l’altro. Ad esempio, in una squadra di calcio se un atleta che normalmente svolge il ruolo di centrocampista sia convinto di non poter rendere ugualmente bene da difensore, nel corso della propria carriera esso porterà con sé questa sorta di convincimento. Questa sarà la spiegazione che darà a se stesso ogni qualvolta che, schierato in difesa per una qualsiasi ragione dal proprio allenatore, si renderà protagonista di una prestazione non positiva. Questo non vale soltanto per se stessi ma anche per gli altri e per i rapporti con altre persone. Ad esempio, se c’è il convincimento che una persona sia egoista, qualunque cosa questa faccia oppure proponga, rimarrà inconsciamente la sensazione di vedere il tutto come un possibile tornaconto personale. Allo stesso modo, se si è persuasi nel ritenere un rapporto sociale con un individuo improponibile per una presunta incompatibilità caratteriale, con esso non potrà mai crearsi un rapporto di amicizia oppure di qualsiasi altro genere.
Le convinzioni intermedie, che sono influenzate dalle convinzioni profonde, sono delle idee verso se stessi, gli altri oppure l’ambiente che ci circonda, che si insinuano nella mente in base ad una esperienza precedentemente vissuta. A differenza delle convinzioni profonde, quelle intermedie sono molto meno rigide e stringenti, quindi l’individuo, alcune volte può cercare anche di superarle. Si è consapevoli, ad esempio, che ad una gara di corsa campestre non ci si possa e non ci si debba presentare se non dietro ad una attenta e costante preparazione fisica per poter pensare di essere competitivi per la vittoria, allora la convinzione intermedia fa scattare in noi stessi l’opinione dell’umiliazione della netta sconfitta che andremmo a subire qualora non fossimo adeguatamente preparati. Di conseguenza la regola di dover essere sempre pronti e sicuri dinnanzi ad ogni situazione perché questo porterà gli altri ad assumere nei nostri confronti atteggiamenti di stima e rispetto. I pensieri automatici, che sono influenzati dalle convinzioni intermedie, sono delle considerazioni che riguardano uno stato più vicino alla consapevolezza conscia. Considerazioni che possono essere variate con estrema facilità dal soggetto essendo molto più superficiali. Inoltre i pensieri automatici sono i diretti responsabili delle emozioni provate dalle persone caratterizzandone gli stati emotivi presenti e futuri. Si pensi ad una persona che abbia la cognizione profonda di ritenere se stesso una persona molto capace, questo schema porta a elaborare la cognizione intermedia per cui se si riesce a fare una determinata cosa allora considera se stesso un vincente. Infine, tale considerazione può far emergere il pensiero automatico di essere davvero un vincente.
La terapia cognitiva, è dunque una particolare terapia per mezzo della quale si curano convinzioni profonde, intermedie e pensieri automatici che non sono corrispondenti alla realtà delle cose e perciò disfunzionali, e che arrecano problematiche e sofferenze al soggetto interessato. In particolare, la terapia cognitiva considera che alla base di tutti i disturbi di natura psicologica vi sia sempre e comunque un pensiero distorto della realtà.
Una delle applicazioni pratiche della terapia cognitiva è il cosiddetto modello generale della CBT (Terapia Cognitivo – Comportamentale) che può essere utilizzata per diverse problematiche tra cui:
• La depressione (Deck, 1976)
• Disturbi d’ansia come ad esempio la fobia sociale
• Attacchi di panico (Clark, 1999)
• Disturbo post traumatico da stress (Clark,1999)
• La bulimia (Vitousek,1996)
• Schizofrenia (Garety,2001)
• Disturbo ossessivo convulsivo (Salkovskys,1996)
Il concetto che sta alla base della terapia, è quello di capire quali siano i pensieri negativi e soprattutto le cause scatenanti. Lo scopo è fare in modo di giungere alla modifica dei pensieri distorti, delle emozioni disfunzionali e con essi dei comportamenti del paziente. Una delle tecniche utilizzate dalla psicoterapia cognitiva standard tiene in considerazione una sorta di schema A-B-C, con le tre lettere che nello specifico rappresentano le tre condizioni in cui il paziente si può trovare. La lettera A sta ad indicare lo stato Antecedence ed ossia quello in cui si trovava prima del manifestarsi del disturbo. La lettera B sta per Belief ed ossia la convinzione che fa scaturire il comportamento distorto. Tenendo presente questo schema l’obiettivo di questa tecnica è quello di fare in modo che il paziente prenda coscienza di quello che si sta facendo.
Tale tecnica viene usata anche per migliorare la salute mentale di bambini ed adolescenti. Nello specifico risulta essere molto utile per:
• Gestire la rabbia
• Gestire l’ansia
• Forme particolari di parent training
• Auto istruzione
• Rilassamento
• Training delle competenze sociali
• Procedure di condizionamento operante
• Etc..
Per quanti abbiano intenzione o necessità di ottenere maggiori informazioni in merito ai vantaggi della psicoterapia cognitiva, è opportuno e possibile rivolgersi allo studio utilizzando i canali di contatto indicati.
23/07/2013, 16:47



La-depressione:-che-cos’è-e-come-superarla.Dott.ssa-Margherita-Ciciarelli


  



La depressione è uno stato psicopatologico caratterizzato da una alterazione dell'umore che determina una notevole sofferenza psichica e che si può presentare in forme più o meno gravi e con quadri sintomatologici più o meno completi. Può colpire in qualsiasi momento della vita, pur presentandosi con frequenza maggiore tra i 25 e i 44 anni e colpisce le donne due volte più degli uomini a causa del diverso vissuto culturale e affettivo e della differente reazione agli eventi negativi che, se nei soggetti femminili è maggiormente passiva e introvertita, in quelli maschili viene spesso agita tramite comportamenti disfunzionali come l'assunzione di alcool e droghe. E' spesso caratterizzata da un vero e proprio circolo vizioso, in cui il perdurare dei sintomi non fa che aggravare il quadro generale e 'confermare' al paziente il suo stato, inibendo qualsiasi reazione positiva. E' molto aumentata la vulnerabilità delle giovani generazioni al disturbo, sia in conseguenza del cambiamento delle strutture familiari e sociali, sia della precoce assunzione di sostanze psicoattive.

Tristezza o depressione clinica?

Lievi fluttuazioni dell'umore sono assolutamente normali. In particolari momenti della vita e in concomitanza di eventi traumatici e dolorosi come lutti, separazioni, divorzi, crisi economiche o finanziarie, sono del tutto normali anche sintomi depressivi di maggiore entità e non rappresentano una manifestazione del disturbo clinico se sono transitori e vengono superati in un arco di tempo che può variare dai 6 ai 12 mesi. Tali disturbi si presentano, in questi casi, interrotti da normalizzazioni dell'umore. Quando il quadro sintomatologico è importante, pervasivo e protratto nel tempo per oltre sei mesi, una diagnosi di depressione maggiore deve certamente essere ritenuta formulabile e in ogni caso il paziente necessita di un approfondimento diagnostico in tal senso.

Il quadro sintomatologico depressivo

Caratteristica comune della depressione è la sua pervasività, da intendersi in una duplice accezione. In primo luogo in senso temporale: il paziente è depresso quasi tutto il giorno, maggiormente il mattino, tutti i giorni e per lungo tempo; in secondo luogo il disturbo pervade l'intera personalità e i sintomi interessano tutte le sfere dell'essere, fisica, emotiva, cognitiva, comportamentale.
Il DSM, il Manuale Diagnostico Statistico, classifica il disturbo in:
- disturbo depressivo maggiore a episodio singolo;
- disturbo depressivo maggiore con episodi ricorrenti,
individuando in entrambi i casi diversi livelli di gravità: lieve, moderata, grave con manifestazioni psicotiche e grave senza manifestazioni psicotiche.

I sintomi fisici della depressione sono quelli più immediatamente evidenti assieme a quelli comportamentali: spossatezza, sensazione di stanchezza o fatica; agitazione motoria o rallentamento motorio, inespressività; inappetenza e calo ponderale o iperfagia e aumento di peso; insonnia o ipersonnia; calo del desiderio sessuale; nausea, sensazione di stordimento; trascuratezza generale del corpo e dell'aspetto; eccessiva sudorazione, palpitazioni, crampi, secchezza delle fauci.

I sintomi emotivi coincidono naturalmente con l'umore depresso, la sensazione di angoscia, la mancanza di speranza nel futuro e la disperazione; l'anedonia, l'incapacità di provare piacere verso qualsiasi cosa e la perdita di interesse verso ogni attività; la disistima, la sensazione di debolezza, di inutilità, di incapacità; la sensazione di vuoto e di assenza di senso in qualsiasi cosa e nella vita stessa.

I sintomi cognitivi sono sempre rilevanti. Il soggetto affetto dal disturbo manifesta modi di pensare e di leggere la realtà altamente disadattivi: sono sempre presenti pensieri disfunzionali come assolutizzazioni, generalizzazioni, esagerazioni. Sono i pensatori in termini assolutistici, nelle cui frasi lapidarie abbondano i 'mai', i 'sempre', i 'tutto' o 'niente', il 'dovere'; presentano aspettative del tutto fuori dalla realtà e standard assoluti di giudizio specie per quanto riguarda se stessi: 'non sbagliare mai, essere perfetti, essere sempre felici, non commettere errori', oppure sentirsi 'sbagliati, falliti, deboli, incapaci, immeritevoli' di qualsiasi cosa positiva.
I sintomi cognitivi includono anche disturbi della memoria e della concentrazione, sensi di colpa, colpevolizzazioni per gli errori commessi, pensieri negativi su se stessi e sul mondo in generale, predizioni negative ('non servirà a niente'), focalizzazione sui propri difetti e minimizzazione delle proprie capacità; certezza di essere non amabili, indegni di attenzione, stupidi, cattivi.
Il paziente depresso lamenta di essere incompreso e spesso è realmente difficile per chi gli sta intorno, - specie di fronte ad alcune manifestazioni depressive come totale incuria di sé e dell'ambiente domestico -, riuscire a comprendere certi atteggiamenti che appaiono del tutto assurdi.

I sintomi comportamentali comprendono un crescente isolamento sociale, una progressiva inattività, evitamento di incombenze quotidiane - bollette, riparazioni domestiche vengono procrastinate all'infinito, accrescendo di conseguenza l'ansia -, la difficoltà nel prendere decisioni, la riduzione dell'attività sessuale e, in ultimo, i tentativi di suicidio.

Quadri depressivi possono esse alternati a fasi maniacali nel disturbo bipolare dell'umore, oppure associati a disturbi di schizofrenia, dove sono invece presenti allucinazioni e delirî.
Per una diagnosi corretta è necessario escludere quadri clinici concomitanti di Parkinson, Alzheimer, sclerosi multipla, o assunzione di dosi massicce di alcool, droghe o farmaci.
Sindromi depressive molto frequenti si verificano in conseguenza all'astinenza da alcool e cocaina. Un Episodio Depressivo Maggiore ha una durata di almeno due settimane in presenza di molteplici sintomi di elevata intensità che causano uno stato di profonda sofferenza.

Le cause della depressione

Le cause non sono note e le componenti vengono suddivise in biologiche, psicologiche e ambientali anche se la stretta sinergia in cui esse si manifestano rende difficoltosa e spesso artificiosa tale categorizzazione. Da un punto di vista biologico, l'insorgenza del disturbo si accompagna a una rilevante diminuzione di produzione di serotonina, dopamina e noradrenalina. Alcune ricerche hanno rilevato una componente genetica nell'elevata incidenza di casi di depressione dove un parente stretto ne sia già affetto o lo sia stato in passato: tale incidenza, infatti, triplica in questi casi.
Tra i fattori ambientali, gli studi rilevano una elevata vulnerabilità al disturbo quando nell'infanzia si siano vissuti episodi negativi o nel trovarsi a lungo in situazioni in cui non si ha alcun controllo sugli eventi o si è totalmente dipendenti da altre persone o da circostanze esterne. Nessuno di questi elementi, preso di per sé, può però dirsi sufficiente a scatenare l'insorgere della malattia per la quale risulta sempre determinante l'interpretazione personale della realtà.

Fattori di rischio sono certamente i casi di perdite importanti in conseguenza a un lutto, una separazione forzata (depressione reattiva); cambiamenti drastici subiti nelle condizioni economiche o finanziarie o trasferimenti in luoghi sconosciuti. L'evento scatenante spesso risulta essere un deterioramento improvviso del proprio benessere fisico, emotivo, economico quasi sempre identificabile con una 'perdita'. Alcune forme particolari si rilevano in conseguenza a condizioni specifiche: nella Depressione Post Partum, ad esempio, incidono gli importanti cambiamenti ormonali oltre a fattori ambientali ed emotivi, mentre nella Depressione Stagionale entrano in gioco sia fattori ambientali che fisiologici.

Conseguenze e decorso della depressione

Il disturbo manifesta una elevata tendenza alla cronicizzazione ed alla recidività. Coloro che soffrono di depressione possono facilmente vivere gli stessi sintomi più volte nella vita e, a differenza dell'esordio, le fasi depressive successive possono presentarsi slegate da cause contingenti. La depressione è un disturbo altamente invalidante, specie nelle forme gravi: l'individuo non riesce a lavorare, a studiare, a far fronte agli impegni quotidiani e alle responsabilità sociali, a mantenere relazioni affettive. Il rischio primo è quello di una sua cronicizzazione, di sviluppare disturbi da ansia, disturbi alimentari (anoressia, bulimia), dipendenze affettive, da alcool o da sostanze psicoattive. Nel 15% dei casi di depressione grave si ha una morte per suicidio.

Differenti tipi di trattamento

La diffusione del disturbo ha promosso l'individuazione di differenti tipi di trattamento.
Tra i trattamenti farmacologici un ruolo di primo piano è rappresentato dagli antidepressivi, il cui effetto comincia a manifestarsi nell'arco di 15 - 20 giorni dall'inizio dell'assunzione.
Tra gli antidepressivi di ultima generazione compaiono i cosiddetti inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI), di serotonina e noradrenalina o di serotonina e dopamina che sono andati a sostituire quasi del tutto gli antidepressivi triciclici prescritti in precedenza.
Un'altra tipologia di antidepressivi è quella dei farmaci IMAO o inibitori delle monoamminossidasi che però possono risultare pericolosi a causa dei gravi effetti collaterali provocati dalla presenza nella dieta di alimenti specifici quali formaggio, fegato, fagioli, aringhe ecc., ai quali è necessario prestare molta attenzione.
Una percentuale compresa tra il 30 e il 40% dei pazienti non risponde alla terapia farmacologica, anche se questa risulta somministrata in un dosaggio adeguato. In questi casi è determinante poter contare su una alternativa valida ed efficace.

La terapia cognitivo-comportamentale

Secondo il modello che Beck sviluppò negli anni 60, la depressione si caratterizza su una triplice dimensione per come l'individuo vede se stesso, gli altri e il futuro, in quella che si defisce la cosiddetta 'triade cognitiva'. Tali dimensioni nella depressione risultano del tutto infuse di pensieri ed emozioni disadattive che inibiscono il piacere di svolgere qualsiasi attività e conducono a una fuga dalla realtà, dagli altri e in ultimo, da se stessi attraverso i tentativi di suicidio.
Queste concezioni disfunzionali, che si imperniano attorno a convinzioni di incapacità, fallimento, indegnità, sono i 'bersagli' della terapia cognitivo-comportamentale, che risulta particolarmente efficace perché:
- Agisce sui pensieri e sulle emozioni disfunzionali mettendo in luce le deduzioni assurde che determinano comportamenti disadattivi.
- E' concreta e aiuta praticamente il paziente a ristrutturare la propria sfera cognitiva fornendogli gli strumenti per farlo.
- E' attiva e collaborativa, muovendo il soggetto dalla sua apatia e impegnandolo in un contratto in cui i compiti del terapeuta e del paziente sono ben definiti.

L'efficacia di questa terapia si proietta nel lungo periodo ed in effetti va ad incidere sul "cuore del problema" determinando una ristrutturazione cognitivo-comportamentale e un aumento della capacità personale di determinare gli eventi e di rispondere in maniera positiva ad essi. Anche il successo precoce della terapia, che comincia ad essere visibile già dopo 15-18 sedute, e il necessario coinvolgimento attivo e personale, aiutano il paziente a sviluppare una nuova fiducia in sé che spezza il circolo vizioso che consente il perdurare del disturbo e la sua definitiva cronicizzazione.
Talvolta la terapia cognitiva prevede un concorso farmacologico, al fine di contenere i sintomi più debilitanti.

Prevenire le ricadute depressive: la terapia 'Mindfulness'

Potremmo definirla 'l'arte di essere presenti a se stessi' o la 'tecnica della consapevolezza' e trova uno dei suoi campi applicativi d'elezione esplicando tutta la sua efficacia proprio nella prevenzione delle recidive della depressione.
La terapia, che prevede dei momenti di condivisione di gruppo, aiuta i pazienti ad evitare il pre-giudizio e a sviluppare l'analisi e l'accettazione della realtà; insegna a restare ancorati al presente senza dare spazio ai pensieri di fuga dalle situazioni e ai comportamenti di evitamento, così frequenti in presenza del disturbo depressivo. La tecnica spinge a 'prestare attenzione a se stessi', nel 'qui ed ora' che è proprio quello che il paziente depresso rifugge, determinando da solo l'impossibilità di guarire. Né il passato, in cui soffoca, né il futuro, al cospetto del quale si paralizza, sono infatti alla portata della sua azione. Il momento presente è l'unico tempo dell'essere in cui egli, come chiunque, ha l'effettiva capacità di decidere e di cambiare il corso degli eventi: qui, adesso.
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